Vito Santoro
Simenon e Fellini: quella comune ossessione

Vito Santoro <br/> Simenon e Fellini: quella comune ossessione

Venerdì 2 marzo, ore 19
Liceo Classico “Oriani” – Corato

Ingresso riservato ai tesserati fino a esaurimento posti

Vito Santoro, critico cinematografico e studioso di letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento, ha pubblicato vari saggi (Letteratura e tempi moderni. Il lungo dibattito negli anni Trenta, Palomar 2005; L’odore della vita. Studi su Goffredo Parise, Quodlibet 2009; Calvino e il cinema, Quodlibet 2011). Ha curato il volume collettaneo Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, Quodlibet 2010. Dirige la rivista «Narrazioni» e sviluppa iniziative culturali e progetti didattici insieme ad associazioni e centri di diffusione della cultura letteraria e cinematografica.

7 Commenti

  1. Pubblichiamo le risposte di Vito Santoro alle domande inviatagli da Silvia D’Oria, una studentessa del liceo Oriani.

    Attualizzando lo “spettatore medio” spesso rappresentato da Calvino nelle sue opere, quale peso ha nella cinematografia attuale la storia e la teoria del film? quanto è necessario saperne di cinema per goderne?

    Attualmente il panorama della critica cinematografica è quanto mai vasto e multiforme. Se sulle pagine dei quotidiani e dei periodici lo spazio dedicato alla riflessione e alla analisi dei film in uscita si è drasticamente ridotto, con il critico cinematografico di professione che si è visto costretto a cedere il passo al giornalista di costume o allo scrittore o al notista politico, sono invece aumentate grazie alla rete le modalità e le occasioni per fare critica, per dare e ricevere informazioni sul cinema e per ragionare sul fenomeno cinematografico: dai nuovi media (i siti telematici, le testate web, le radio locali), all’editoria specializzata, all’università, ai festival, alle rassegne tematiche, alle tante manifestazioni locali organizzate per iniziativa di enti e associazioni. Si è in altre parole assistito ad un fenomeno di liberalizzazione dell’attività critica.
    Tuttavia se da un lato è diventato oggettivamente più facile di un tempo esercitare la funzione critica, mai la critica ha contato così poco come oggi. Quasi per una conseguenza inflattiva si moltiplicano gli spazi e le occasioni del fare critica, diminuiscono i momenti dell’ascolto e del confronto, si marginalizza progressivamente la funzione e l’incidenza della critica stessa nel processo della produzione e del consumo del cinema. Spesso la critica parla nel vuoto, non comunica, non incide nei processi e nei fenomeni del cinema, restando sempre più ai margini della comunicazione cinematografica fino all’autoreferenzialità, cioè al massimo della specializzazione e/o dell’appiattimento.
    Per il secondo punto, è chiaro che una conoscenza approfondita del medium cinematografico e della storia del cinema consentono un consumo più consapevole e approfondito di un film, ma, a mio parere, la dimensione del divertimento puro senza barriere intellettuali, propria della spettatore comune, non va trascurata.

    Secondo Vittorio Spinazzola assistiamo a un “primato duemillesco del romanzo realista tradizionale” in cui gli scrittori sentono l’esigenza di “narrare il proprio tempo e di reagire alla condizione di spaesamento”. In un simile contesto, quale valore assume il racconto realista nel cinema e nella letteratura? Siamo noi in grado di comprenderlo e riprodurlo?

    A questo nesso di problemi, proprio due anni fa ho dedicato un libro Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni zero, edito da Quodilibet. Va detto che senza dubbio nel dopo novecento c’è stata una romanzizzazione generale delle attività di scrittura, nelle quali i riferimenti all’oggettività del reale hanno avuto una funzionalità decisamente indiscutibile. È emerso un chiaro bisogno di narrare il mondo, che ha dovuto e deve tutt’ora fare i conti con l’ineludibile necessità di andare, per così dire, ‘oltre la cronaca’; cioè con la necessità di illuminare quella zona oscura che aleggia e serpeggia all’interno e all’esterno della pletora di immagini e descrizioni con cui le varie “cronache in diretta” consegnano il mondo alla nostra memoria mediatica e quindi, al nostro ricordo personale.
    In altre parole, se il ‘discorso sul mondo’ ha sostituito il mondo, se la realtà nega la realtà, il racconto del presente deve inevitabilmente coincidere con quello dell’io, innalzato al ruolo di testimone o interprete di fatti veri o fittiziamente veri. Nulla di strano in questo: la pratica del narrare ha sempre implicato il parlare di sé. Del resto raccontare la propria vita o prendere spunto da essa risponde comunque a un bisogno di chiarezza, necessario se si vive in una modernità liquida, sfuggente e manipolabile. Inoltre, la narrazione di sé costituisce il carattere distintivo della comunicazione veicolata dai nuovi media. Si pensi ai social networks come Facebook, Twitter o Flickr, dove gli utenti raccontano secondo un fare naturalistico di marca quasi zavattiniana – un naturalismo 2.0 si potrebbe definirlo – i vari momenti della propria giornata magari con l’ausilio di foto e video. Un po’ come avveniva nella preistoria del cinema con i fratelli Lumiére: si pensi al Pianto del bebè o all’Innaffiatore innaffiato. È il fenomeno che Vanni Codeluppi ha definito “vetrinizzazione sociale”, consistente nella progressiva disgregazione della barriera esistente tra dimensione pubblica e dimensione privata delle persone.
    Non è dunque un caso – la letteratura nutre e si nutre della mentalità collettiva – che negli ultimi anni gli scaffali delle librerie si siano riempiti di libri autobiografici e memorialistici, salutati spesso dal grande favore del pubblico dei lettori. E la fictionalizzazione dell’esperienza individuale è alla base delle scritture di viaggio e della cosiddetta “letteratura flessibile”– che negli anni Zero ha vissuto una breve, ma intensa, stagione – dove è ben evidente e preponderante la presenza di un io narrante ‘tipicamente’ rappresentativo del mondo del ‘lavoro atipico’, che intende narrare. Io narrante in cui si riflette in qualche modo lo stesso autore, che ha in comune con i suoi personaggi età e vissuto. Da qui all’autofiction, cioè all’“autobiografia di fatti non accaduti” il passo è breve. Lungo questo sentiero si sono avventurati con esiti notevolissimi scrittori come Walter Siti – insuperabile caposcuola di questa tendenza letteraria –, Antonio Scurati, Giuseppe Genna, solo per citarne alcuni, che nei loro romanzi hanno dato vita ad un vero e proprio avatar e lo hanno sperimentalmente inviato al loro posto in quella Pandora variopinta e selvaggia che è l’Italia del ventennio berlusconiano. In questa maniera essi hanno raccolto l’invito di Philip Forest a cogliere l’“impossibile del reale”, vale a dire tutti quegli aspetti di esso che vengono catalogati come osceni; quelli da cui si distoglie lo sguardo: le ‘esperienze estreme’, alle quali è legata la nostra vera vita, emotiva e intellettuale; quelle esperienze che il discorso sociale non integra per la sua scomodità.
    E proprio all’incrocio tra reportage, fiction e autofiction si colloca il caso letterario per eccellenza degli anni Zero, Gomorra di Roberto Saviano, che ha fissato sulla pagina la propria esperienza diretta di insider nel cuore di tenebra della camorra napoletana, riunendo in una sintesi superiore, e letteraria, le microverità raccolte attraverso una ricerca sul campo. È un percorso seguito da numerosi altri giornalisti-scrittori, i cui lavori hanno trovato posto in collane appositamente create, come la feltrinelliana Serie Bianca o Indi di minimum fax.
    Vi è tuttavia chi ritiene impossibile rappresentare un presente ormai imprendibile, anche a causa del fatto che la lingua ha perso la sua capacità di garantire una comunicazione credibile. Da qui la scelta del romanzo storico, operata in una prospettiva squisitamente politica, volta alla riattualizzazione del passato o alla delineazione di un quadro dei nostri diversi ieri su cui si può sovrapporre l’immagine dell’oggi. Lungo questo solco si colloca la ricerca di autori, come Gaetano Savatteri, Raffaele Nigro e il già citato Scurati, diversissimi tra loro per vissuto, generazione e retroterra culturale, ma accomunati da una marcata attitudine teorico-programmatica e da un movimento pendolare tra passato e presente, secondo l’idea benjaminiana del passato come tempo “pieno di ‘attualità’”.

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